ICT in Italia

Per riprendere la discussione sulle cause del ritardo tecnologico in Italia e della mancanza di competitività, vi riporto alcuni dati trovati in un rapporto in un sito del Governo Italiano.

Utilizzatori di Internet:

Indicatori Italia Francia Germania Spagna Regno Unito
Donne Online 32% 64% 71% 53% 66%
Ragazzi 16-24 online 91% 92% 97% 90% 96%
Adulti 55-74 online 13% 36% 38% 15% 44%
Utenti B2C online 7% 28% 63% 40% 49%

Mi sembra non ci sia nulla da commentare su questi numeri.

Ma continuiamo con altri indicatori:

Descrizione 2008 EU27 (2008) Ranking
Copertura DSL (in percentuale della popolazione) 95,0 91,4 12
Diffusione della banda larga (in percentuale della  popolazione) 19,0 22,9 16
Velocità di connessione (% contratti con velocità superiore 2 Mbps) 67,4 52,5 11
% famiglie connesse ad Internet 47 60 21
% damiglie con connessione a banda larga 31 49 24
% aziende con accesso a banda larga 81 81 14
% popolazione che utilizza frequentemente internet (ogni giorno o quasi) 35 43 19
% servizi pubblici base ai cittadini interamente disponibili online 58(2007) 51 9
% servizi pubblici base alle imprese interamente disponibili online 88(2007 72 manca
% di imprese che vendono online 3 16 24
% popolazione che utilizza servizi di e-Governement 15 (era 17 nel 2007) 28 23
% imprese che utilizza servizi di e-Governement 82 (era 87 nel 2006) 68 9
% imprese che acquistano online 12 28 18

Sono dati sconfortanti.

Leggendo i numeri poi si vede uno scollamento impressionante tra offerta pubblica e effettivo utilizzo: a fronte di percentuali alte di servizi offerti dalle istituzioni (fra i più alti in Europa) emerge in fatto che siamo tra le nazioni che li utilizzano meno. Quindi: o i servizi sono inutili (soldi pubblici spesi per niente) oppure non si è informati, oppure sono servizi che non servono o scarsamente fruibili.

Sono dati che dovrebbero essere ben presi in considerazione.

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Formazione continua per gli Ingegneri

Mi era sfuggito ai suoi tempi e lo rileggo su Fidest

Venezia Gli Ingegneri veneziani lanciano lo sprint per la formazione continua. L’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Venezia ha infatti varato, primo in Italia, un nuovo progetto rivolto agli iscritti all’Albo, anticipando le indicazioni in merito presenti in tutte le proposte di riforma della professione.  Il Consiglio dell’Ordine ha approvato un innovativo Regolamento che darà vita al progetto di formazione permanente obbligatoria e certificazione degli iscritti. Il progetto – che verrà illustrato al 55° Congresso Nazionale degli Ordini degli Ingegneri che si terrà a Torino – è già in fase di studio per l’adozione anche a livello nazionale.  Il percorso pilota dell’Ordine Veneziano – che conta 2.245 iscritti – prenderà il via in forma sperimentale da gennaio 2011 per un triennio, dopodiché dovrebbe entrare a regime per tutti gli Ordini degli Ingegneri delle province italiane.
Il percorso di formazione permanente obbligatoria garantirà agli iscritti all’Albo l’acquisizione di crediti formativi professionali progressivi (per un minimo sperimentale di 2 crediti annuali). Le attività proposte – ove possibile a livello gratuito – verranno stabilite dal Consiglio dell’Ordine e attuate dalla Fondazione degli Ingegneri veneziani (la struttura formativa dedicata) e comprenderanno corsi di aggiornamento e master (anche con percorsi telematici), seminari, convegni, giornate di studio e tavole rotonde.Il periodo di valutazione della formazione permanente di ogni iscritto avrà durata triennale e sarà certificato da una apposita commissione.

Ottimo, riprende quello che dicevamo sul post precedente. Qui si legge il regolamento.

Conoscendo l’Ordine spero vivamente una cosa: Ingegneria deve essere anche Ingegneria dell’Informazione. Troppo spesso bistrattata. Troppo spesso non considerata. Non è polemica. Se siete iscritti a questo Ordine, andate a vedere nei bollettini, nelle newsletter, nei siti e contate quante iniziative sono rivolte agli Ingegneri del terzo settore e agli Ingegneri dell’Informazione in particolare. Questo fortunatamente, con questo regolamento dovrebbe cambiare.

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Calo della produttività: pochi investimenti in ICT

La produttività del lavoro italiano arranca: negli ultimi 30 anni è cresciuta a una media annua dell’1,2% e già nell’ultimo decennio il suo valore è risultato negativo dello 0,5%. Ma nel periodo 2007-2009, pur in presenza di una sensibile caduta del monte ore lavorato, la produttività ha fatto registrare un vero e proprio crollo: -2,7 per cento in media d’anno. Lo rileva l’Istat che oggi ha reso note le serie storiche riferite a diverse misure di produttività per gli anni 1980-2009.

Questo è quanto si legge dal sito de “Il Sole 24 ore” e in molti altri titoli.

E’ interessante un articolo, pubblicato sul quotidiano cartaceo, in cui si fanno domande a Gian Maria Gros Pietro su questo argomento. L’intervista termina affermando che, considerando il trend c’è almeno un fattore che ha contribuito alla bassa crescita del valore aggiunto: il contributo fornito alla crescita dall’Information and Communication Technology è stato praticamente nullo, pur trattandosi di una tecnologia molto pervasiva.

In sostanza è quello che abbiamo ribadito più volte su questo blog: le aziende italiane non utilizzano gli strumenti messi a disposizione dall’Information Technology. E’ vero, siamo la popolazione con più telefonini e molto avanzati, il computer è spesso nelle nostre aziende e nelle nostre case, ma siamo ancora degli analfabeti. Molto spesso ci sentiamo dire: questo lavoro me l’ho fa tizio a metà del prezzo che mi fate voi. Oppure: No guardi la nostra azienda non ha bisogno di quel servizio, abbiamo gia’ il nostro gestionale che fa tutto. E tante risposte simili.

Il problema vero, a monte di tutto secondo noi è un altro: nella maggioranza degli imprenditori mancano competenze manageriali vere, nel senso che spesso non riescono a delegare a persone valide funzioni di ICT management in quanto loro stessi non capiscono bene cos’è, viene visto come un costo e non un investimento.

La soluzione dovrebbe partire (qualcosa si è già fatto per la verità) da un processo di informazione a cura delle associazioni di categoria per spiegare cosa è l’ICT e come puo’ servire anche in una azienda piccola. E soprattutto, continuiamo a ripetere, ci sono problemi di budget? Perchè non ricorrere a soluzioni Open Source per qualche progetto?

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Certificati medici via web

Articolo tratto da Fidest.

Il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Palazzo Vidoni, ha aggiornato l’andamento del nuovo servizio di spedizione digitale dei certificati di malattia (Decreto legislativo numero 150/2009 in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni).
Il sistema consente al medico di inviare il certificato di malattia compilando una semplice pagina web oppure utilizzando i software gestionali più diffusi. Sul totale di 67.727 medici di famiglia presenti sull’intero territorio nazionale, il 35% è già abilitato al servizio, a cui va aggiunto il 25% degli altri medici del SSN (circa 125mila). Al servizio invece non è ancora abilitato alcun medico privato. Il totale dei certificati spediti per via telematica nei primi 4 mesi di attivazione è di 148.272.
Il decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009 prevede che il certificato di malattia sia inviato per via telematica dal medico all’INPS, secondo le medesime modalità previste per il settore privato. La mancata trasmissione telematica del certificato di malattia costituisce illecito disciplinare e, in caso di reiterazione, comporta il licenziamento o, per i medici convenzionati, la decadenza dalla convenzione. Il decreto del Ministro della salute del 26 febbraio 2010, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze e il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha definito le modalità tecniche di invio telematico del certificato medico. La Circolare del 11 marzo 2010 del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione ha inoltre contribuito a definire i tempi di attuazione:

  • periodo transitorio: per i primi 3 mesi, a partire dalla pubblicazione del Decreto del 26 febbraio 2010 (quindi dal 19 marzo al 18 giugno) è stato possibile procedere al rilascio dei certificati anche in modalità cartacea;
  • obbligo di invio telematico: dal 19 giugno 2010 (cioè dal termine del periodo transitorio) i certificati possono essere rilasciati solo in modalità telematica. Le sanzioni previste dal decreto legislativo n. 150/09 potranno tuttavia essere applicate solo a conclusione positiva di un collaudo generale del sistema, al quale partecipano rappresentanti di tutte le amministrazioni interessate e degli ordini dei medici. Il 18 luglio il gruppo tecnico incaricato del collaudo ha ritenuto opportuno continuare le attività di verifica, anche per pervenire in tempi brevi a una completa e definitiva risoluzione delle problematiche emerse.

I lavoratori dipendenti a cui viene rilasciato il certificato di malattia sono circa 17 milioni (3,5 milioni del settore pubblico). Ogni anno le assenze per malattia di questi lavoratori hanno dato luogo a circa 50 milioni di certificati e altrettanti attestati che devono essere spediti tramite raccomandata A/R o fax e conservati negli archivi; l’INPS destina 500 persone alle operazioni di data entry per il solo settore privato. Tenendo conto che il costo per la collettività dovuto alla gestione dell’intero ciclo (dalla comunicazione all’archiviazione) ammonta mediamente a circa 10 euro per certificato, è facilmente intuibile come l’operazione “certificati digitali” consente un risparmio per la collettività per oltre 500 milioni di euro.

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Computer portatili: come lavorare in sicurezza

Fonte: http://www.puntosicuro.it/

Informazioni e buone pratiche per lavorare in sicurezza con i computer di ultima generazione: computer portatili e netbook. La normativa, le misure di prevenzione e i rischi degli schermi lucidi.

Nei giorni scorsi PuntoSicuro ha presentato l’aggiornamento di un documento Inail dedicato alla prevenzione e alle buone pratiche nell’uso professionale dei videoterminali (VDT).
Abbiamo tuttavia pensato di dedicare uno spazio di approfondimento ad una particolare attrezzatura di lavoro che si viene via via più diffondendo anche nei luoghi di lavoro a discapito del classico videoterminale: il computer portatile o notebook.

Questo computer portatile, chiamato anche laptop, è dotato insieme di display, tastiera, alimentazione a batteria, ha chiaramente il vantaggio di avere dimensioni e peso ridotti e dunque una facile trasportabilità.
Questa attrezzatura è dotato di una grande gamma di accessori incorporati – ad esempio la webcam e l’antenna Wi-fi – e viene venduta con una periferica di puntamento, un touchpad, ed uno schermo a cristalli liquidi. Riguardo allo schermo si possono trovare modelli retroilluminati e transriflettivi. Se nel primo caso un pannello luminoso dietro lo schermo genera energia luminosa che viene modulata poi dai cristalli liquidi, nel secondo caso la luce ambientale viene riflessa da uno specchio posto dietro allo schermo.
Questi notebook hanno permesso in questi anni un processo di “scollegamento” sempre più evidente tra lavoratore e luogo di lavoro, adattandosi perfettamente alle figure professionali caratterizzate da attività in continuo movimento (ad esempio agenti e rappresentanti).
Tuttavia a queste attrezzature si è affiancata recentemente una nuova tipologia di prodotto: il netbook.
I netbook sono ancora più piccoli, economici, leggeri. Hanno modelli di buona potenza di calcolo e rischiano di confinare per il futuro i notebook alla funzione che un tempo era dei computer da tavolo.

Quali sono i rischi dei computer portatili? Sono gli stessi dei classici computer fissi?

Cerchiamo di capirlo attraverso il documento Inail “Il lavoro al videoterminale”, prodotto da un gruppo di lavoro Inail nel 2002 – rielaborando una pubblicazione di Suva, Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – e aggiornato nel mese di giugno 2010.

Il documento ricorda che “in generale, l’uso dei computer portatili o notebook comporta maggiori difficoltà nel mantenere una posizione ergonomica”. Pertanto – continua – “non dovrebbero essere utilizzati nel luogo di lavoro se non per brevi periodi”.
Inoltre l’Inail indica espressamente che “con il Decreto legislativo 81/2008 anche le attività connesse all’uso del computer portatile rientrano in quelle tutelate dal titolo VII relativo ai videoterminali”.

In relazione al Decreto legislativo 81/2008 riportiamo alcune delle indicazioni per la sicurezza contenute nell’allegato XXXIV:
1. Attrezzature
(…)
f) Computer portatili
L’impiego prolungato dei computer portatili necessita della fornitura di una tastiera e di un mouse o altro dispositivo di puntamento esterni nonché di un idoneo supporto che consenta il corretto posizionamento dello schermo.

Dopo una breve digressione relativa alla normativa, veniamo ad alcune buone pratiche nell’uso di computer portatili:
– “regolare l’inclinazione, la luminosità e il contrasto sullo schermo in modo ottimale;
– quando si prevede di dover effettuare un lavoro prolungato è bene munirsi e fare uso di una tastiera esterna, di una base per il notebook (in modo da sollevare lo schermo) e di un mouse separati rispetto al computer portatile. È bene invece usare uno schermo esterno se i caratteri sullo schermo del computer portatile sono troppo piccoli”. Ricordiamo che l’adozione di un mouse ottico (al posto del touchpad) e di una tastiera ergonomica favoriscono l’appoggio di entrambi gli avambracci. In questo modo è possibile attenuare il sovraccarico degli arti superiori, ridurre l’angolazione dei polsi e l’affaticamento dei tendini della mano;
– “cambiare spesso posizione facendo pause molto frequenti;
– evitare di piegare la schiena in avanti;
– mantenere gli avambracci, i polsi e le mani allineati durante l’uso di mouse e tastiera, evitando di piegare o angolare i polsi”.

È evidente che le misure di prevenzione possibili e consigliabili dipendono sia dal tipo di uso del portatile, che dall’ambiente in cui si lavora.
Se del portatile si fa un uso saltuario i rischi sono minori, ma comunque non vanno sottovalutati. In ogni caso come per un computer fisso anche per un portatile è importante sistemare la postazione di lavoro regolando la sedia, posizionando e regolando lo schermo, con particolare attenzione alla posizione di finestre o fonti di luce che potrebbero abbagliare o creare fastidiosi riflessi sullo schermo.

Se poi si utilizza il portatile durante il viaggio, il documento propone innanzitutto di “non posizionare il computer portatile direttamente sulle gambe, ma tenerlo un po’ più alto anche usando un piano di appoggio di fortuna”.
In aggiunta alle indicazioni della guida INAIL, è necessario sottolineare come non si debba mai utilizzare come sopralzo una superfice morbida o un indumento: potrebbero ostruire fessure e aperture di aerazione causando un surriscaldamento del PC portatile. Per tenerlo sollevato in sicurezza si può invece usare un piano rigido come una valigetta o un libro.

Il documento propone inoltre altri suggerimenti:
– “se il sedile è troppo basso rispetto al piano di lavoro, sopraelevarlo con un cuscino/una coperta/un asciugamano;
– se necessario, creare un poggiapiedi con un oggetto di dimensioni opportune;
– se lo schienale del sedile è scomodo, coprirlo con una coperta e mettere un asciugamano arrotolato nella zona lombare;
– creare adeguati sostegni per le braccia quando si lavora sul divano, usando ad es. i cuscini”.

Come accennato in apertura molti computer portatili moderni hanno uno “schermo con una superficie molto riflettente (schermi lucidi o glossy) per garantire una resa ottimale dei colori”: questi computer presentano “maggiori rischi di affaticamento della vista”.
Dunque è consigliabile utilizzare portatili con schermo a cristalli liquidi rivestito dalla tradizionale pellicola ‘opaca’. In ogni caso è necessario, “prima di iniziare a lavorare, verificare che la posizione rispetto alle fonti di luce naturale e artificiale sia tale da non creare problemi di riflessi sullo schermo o di abbagliamento per l’utilizzatore”.
Riguardo ai piccoli netbook e ad attrezzature similari, l’Inail ci ricorda che per evitare problemi di affaticamento per la vista è “opportuno evitare attività prolungate di lettura e scrittura su tutte le apparecchiature informatiche attuali con schermi di dimensioni ridotte quali netbook (schermi di solito da 7-10”), smartphone, palmari, ecc., soprattutto se non presentano la possibilità di aumentare la dimensione dei caratteri”.

Occorre infine ricordare che è importante, durante la lettura sul portatile, “distogliere spesso lo sguardo dallo schermo per fissare oggetti lontani” e che la normativa prevede per ogni operatore (che utilizzi portatili per almeno 20 ore settimanali) una pausa di 15 minuti ogni 2 ore di applicazione continuativa al computer.

Inail, “Il lavoro al videoterminale”, aggiornamento a cura di Barbara Manfredi (formato PDF, 1.98 MB).

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L'affascinante storia dei messaggi cifrati, la preistoria

Per migliaia di anni i potenti hanno avuto bisogno di comunicazioni efficienti e sicure per governare le loro terre e i loro eserciti.

La caduta dei loro messaggi in mano nemica poteva essere fatale: informazioni preziose sarebbero cadute in mano nemiche minacciando la loro esistenza. Fu proprio questo bisogna a promuovere lo sviluppo di codici cifrati, di tecniche di occultamento del messaggio, per garantire la comunicazione sicura solo con le persone autorizzate.

Dall’altra parte sono nate schiere di specialisti il cui compito era cercare metodi per decifrare i messaggi dei nemici.

Guerra che continua ancora oggi. Con rinnovata enfasi: noi viviamo nell’era dell’informazione. E’ ben nota la frase: “informazione è potere”.

Ma ritorniamo al nostro argomento. la preistoria dei messaggi cifrati.

Dagli scritti degli antichi, sembra che le prime tecniche crittografiche siano nate nell’antica Grecia, guarda caso per comunicazioni di guerra (anche se ci sono esmpi vecchi più di 4000 anni nell’antico egitto).

Bastone di Licurgo

Le più antiche notizie sicure ci portano alla scitala lacedemonica, in cui Plutarco ci riferisce in uso fina dai tempi del IX secolo avanti Cristo da Licurgo, ma proabilmente sicuramente più usata ai tempi di Licurgo (circa il 400 a.C.). In cosa consisteva? Semplice. Si prendeva un nastro di cuoio, lo si avvolgeva ad elica attorno ad un bastone e si scriveva per colonne parallele all’asse del bastone. Letter apr lettera appariva il segreto. Una volta  tolto il nasto dal bastone bastava (fosse semplice!!!) il teso risultava trasposto e veniva consegnato al destinatario, che lo avvolgeva in un bastone uguale eleggeva il messaggio.La segretezza rimaneva confinata al sapere il diametro del bastone. Oggi farebbe ridere, ma siamo agli albori della crittografia.

Tra il 360 e il 390 a. C. venne compilato il primo trattato di cifre, a cura di Enea il tattico, generale della lega arcadica. In questo trattatto viene descritto un disco sulla zona esterna del quale erano contenuti 24 fori,ciascuno corrispondente ad una lettera dell’alfabeto. Un filo, partendo da un foro centrale, si avvolgeva passando per i fori delle successive lettere del testo: all’arrivo, riportate le lettere sul disco, si svolgeva il filo segnando le lettere da esso indicate: il testo si doveva poi leggere a rovescio. Le vocali spesso erano sostituite da gruppi di puntini.

In questo stesso periodo vennero ideati codici cifrati indiani ed ebraici utilizzati in particolar modo per celare nomi propri, innominabili o sacrileghi.

Numerosi testi e documenti greci antichi contengono tratti cifrati, specialmente nomi propri, ma si trovano anche interi scritti cifrati con sostituzione semplice e con alfabeti generalmente a numero.

Bene, la prima puntata la finiamo qui. Nelle successive parleremo dei cifrari di Cesare e di Vigenere.

A domani!

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Cultura generale: un po' di informazioni sul fantastico mondo dell'informatica

Questo articolo è l’anticipazione di quelloc he scriveremo durante questo agosto.

Niente di pesante, ma una serie di articoli per spiegare le nostre passioni, dare corpo ad alcuni tutorial, speriamo coerenti ma dateci il beneficio del dubbio, siamo ad agosto.

Questi articoli riflettono alcune ricerche collateriali relative a dei nostri progetti attuali.

Parleremo di sicurezza delle informazioni, crittografia, algoritmi per gli stessi, firma digitale, marca temporale, ingegneria del softare, gestione documentale, programmazione, metodologie di gestione.

Ci aspettiamo molti commenti, anche pesanti.

Buona lettura!!!!

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Internet, nuovo virus on line: occhio alle email con la mappa degli autovelox

Roma – (Adnkronos) – Email, aventi come falso mittente la polizia, forniscono un link per consultare l’elenco aggiornato delle postazioni fisse autovelox. In realtà cliccando si installa un virus che ‘cattura’ informazioni sensibili contenute nel computer

Roma, 30 lug. (Adnkronos) – La polizia postale mette in guardia da una nuova truffa che da ieri sera circola online: email, aventi come falso mittente la polizia, nelle quali si dà la possibilità di consultare l’elenco aggiornato delle postazioni fisse autovelox e a tale scopo viene fornito un link. In realtà cliccando si installa un virus molto insidioso che ‘cattura’ informazioni sensibili contenute nel computer.

Scopo di queste mail ‘truffaldine’, dietro le quali spesso si nasconde la mano della criminalità organizzata, è accedere ad esempio ai conti correnti bancari. ”Abbiamo già allertato le forze di polizia locali colombiane e ucraine, dove si trovano i server a cui rimanda il link – spiega all’ADNKRONOS Nunzia Ciardi, una dirigente della Polizia Postale e delle Comunicazioni – Sappiamo che stanno circolando centinaia di migliaia di queste mail, che possono trarre in inganno perché prendono spunto da un testo pubblicato sul sito della polizia ma poi rimandano a un link che se viene cliccato scarica un virus capace di catturare le informazioni sensibili”.
”Le truffe più comuni sono quelle che, servendosi di pagine clonate dai siti degli istituti bancari comunicano al cliente la modifica delle modalità di accesso – prosegue Ciardi – chiedendogli di fornire username e password: a quel punto possono avere accesso al conto e il gioco è fatto”. Nel caso degli autovelox, invece, ”è la prima volta che scopriamo una truffa del genere.
Forse hanno pensato di approfittare dell’esodo estivo, in modo da rendere più credibile la truffa”.

La polizia consiglia di cestinare l’e-mail evitando di cliccare sul link e di tenere sempre aggiornato il proprio antivirus.

fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/?id=3.1.756431152

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VPH 2010

Dal sito dell’Unione Europea, per gli interessati:

Evento VPH 2010
30 September 2010 – 1 October 2010 Brussels, Belgium

The European Commission launched the Virtual Physiological (VPH) initiative to research and develop patient-specific computer models for personalised and predictive healthcare and ICT-based tools for modelling and simulation of human physiology and disease-related processes. This is the first of a series of conferences to be held by the VPH Network of Excellence (VPH NoE). The VPH NoE is an umbrella project, representing the Virtual Physiological Human Initiative set up by the European Commission under the 7th Framework Programme. The VPH NoE is also responsible for producing a ‘VPH Vision and Strategy Document’ in preparation of the next calls under FP7, FP8 and for European large infrastructural actions.

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Pubblicati i dettagli di 100 milioni di account Facebook

Ron Bowes, sviluppatore del noto tool nmap, ha scritto un piccolo programma di scansione e lo ha lanciato sugli account pubblici di Facebook.

Il risultato? Un bel file di 2.8 GB contenente oltre 100 milioni di account dei quali è possibile sapere nome, cognome, ID, e molte altre informazioni lasciate pubblice.

Mi ricordo un’altra provocazione del genere di poco tempo fa: su un sito si mostrava chi non era a casa, raccogliendo i dati da questo sito social.

Comunque ecco una bella intervista dell’autore di questo “furto”:

Ron Bowes, a security consultant, used a piece of code to scan Facebook profiles, collecting data not hidden by the user’s privacy settings.

The list, which contains the URL of every searchable Facebook user’s profile, name and unique ID, has been shared as a downloadable file.

Mr Bowes told BBC News that he did it as part of his work on a security tool.

“I’m a developer for the Nmap Security Scanner and one of our recent tools is called Ncrack,” he said.

“It is designed to test password policies of organisations by using brute force attacks; in other words, guessing every username and password combination.”

By downloading the data from Facebook, and compiling a user’s first initial and surname, he was able to make a list of the most common probable usernames to use in the tool.

The three most common names, he found, were jsmith, ssmith and skhan.

In theory, researchers could then combine this list with a catalogue of the most commonly used passwords to test the security of sites. Similar techniques could be used by criminals for more nefarious means.

Mr Bowes said his original plan was to “collect a good list of human names that could be used for these tests”.

“Once I had the data, though, I realised that it could be of interest to the community if I released it, so I did,” he added.

Mr Bowes confirmed that all the data he harvested was already publicly available but acknowledged that if anyone now changed their privacy settings, their information would still be accessible.

“If 100,000 Facebook users decide that they no longer want to be in Facebook’s directory, I would still have their name and URL but it would no longer, technically, be public,” he said.

Mr Bowes said that collecting the data was in no way irresponsible and likened it to a telephone directory.

“All I’ve done is compile public information into a nice format for statistical analysis,” he said

Simon Davies from the watchdog Privacy International told BBC News it was an “ethical attack” and that more personal information had not been included in the trawl.

“This is a reputational and business issue for Facebook, for now,” he said

“They can continue to ride the risk and hope nothing cataclysmic occurs, but I would argue that Facebook has a special responsibility to go beyond doing the bare minimum,” he added.

Snowball effect

Mr Bowes’ file has spread rapidly across the net.

On the Pirate Bay, the world’s biggest file-sharing website, the list was being distributed and downloaded by thousands of users.

One user said that the list showed “why people need to read the privacy agreements and everything they click through”.

In a statement to BBC News, Facebook confirmed that the information in the list was already freely available online.

“No private data is available or has been compromised,” the statement added.

That view is shared by Mr Bowes, who added that harvesting this data highlighted the possible risks users put themselves in.

“I am of the belief that, if I can do something then there are about 1,000 bad guys that can do it too.

“For that reason, I believe in open disclosure of issues like this, especially when there’s minimal potential for anybody to get hurt.

“Since this is already public information, I see very little harm in disclosing it.”

Digital trends

However, he said, it also highlighted a new trend that was emerging in the digital age.

“With traditional paper media, it wasn’t possible to compile 170 million records in a searchable format and distribute it, but now we can,” he said.

“Having the name of one person means nothing, and having the name of a hundred people means nothing; it isn’t statistically significant.

“But when you start scaling to 170 million, statistical data emerges that we have never seen in the past.”

A spokesperson for Facebook said the list was “similar to the white pages of the phone book.

“This is the information available to enable people to find each other, which is the reason people join Facebook.”

“If someone does not want to be found, we also offer a number of controls to enable people not to appear in search on Facebook, in search engines, or share any information with applications.”

Earlier this year there was a storm of protest from users of the site over the complexity of Facebook’s privacy settings. As a result, the site rolled out simplified privacy controls.

Facebook has a default setting for privacy that makes some user information publicly available. People have to make a conscious choice to opt-out of the defaults.

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